Storia del gioco dei dadi, dall’antichità al Medioevo e fino ai giorni nostri

paragraphSi può dire che i dadi abbiano accompagnato l'umanità per quasi tutta la sua storia. Ecco quello che sappiamo sulle antiche origini di questo gioco e sulle sue vicende più recenti.

I dadi nell'antichità

I dadi sono uno dei giochi più antichi dell'umanità, come dimostrano i ritrovamenti archeologici. Tra i dadi più antichi mai ritrovati ci sono quelli rinvenuti nel Cimitero Reale di Ur, nella Mesopotamia meridionale (attuale Iraq). I dadi erano di due tipi, uno a forma di bastoncino e uno a forma di tetraedro, ed erano parte di un gioco da tavolo che veniva giocato dai nostri antenati addirittura 24 secoli prima dell'anno zero. Ma sempre nell'antichità esistevano anche dadi cubici come quelli che abbiamo oggi, come ad esempio quelli utilizzati per il gioco del Senet nell'antico Egitto, un'attività così importante che è addirittura testimoniata nei geroglifici, e fin dal 3100 a.C.

Dado di argilla risalente circa al 2300 a.C., ritrovato nell'attuale Iraq

Dado di argilla risalente circa al 2300 a.C., ritrovato nell'attuale Iraq

I Romani amavano i dadi, come dimostra la famosa frase attribuita a Giulio Cesare “Alea iacta est”, cioè “Il dado è tratto”. Il gioco d'azzardo era illegale a Roma, ma questo non fermò la passione per il gioco degli abitanti dell'impero, a cominciare dallo stesso imperatore Augusto, che spesso nomina i dadi nelle sue lettere a Tacito o a sua figlia. I dadi sono anche citati in diversi testi antichi indiani, come il Rigveda e l'Atharvaveda, e compaiono in diversi punti della Bibbia.

Il medioevo

Nel medioevo e in particolare in Europa Occidentale, i dadi erano un gioco popolarissimo, e lo testimoniano moltissimi testi, sia di tipo letterario che di tipo normativo. Grazie alla ricca documentazione, possiamo sapere moltissimo su come le persone si divertivano con questo gioco in quel lontano periodo, e persino su come provavano a barare.

Molte citazioni del gioco dei dadi sono presenti sia nei testi normativi ecclesiastici sia in quelli emessi dalle autorità pubbliche. In entrambi i casi, i dadi e il gioco d'azzardo in generale erano fortemente condannati, perché erano una fonte di disturbo per l'ordine sociale vigente: grazie al gioco, si potevano ottenere delle somme di denaro che non derivavano dalla fatica del lavoro, mentre altri perdevano tutto.

Giovanni da Modena, L'Inferno, 1410

Giovanni da Modena, L'Inferno, 1410

Nel gioco il denaro fluiva in modo incontrollato, solo grazie al caso, e questo turbava le rigide autorità religiose. Inoltre, a causa del gioco poteva capitare di abbandonarsi a comportamenti peccaminosi, come la blasfemia. I dadi erano considerati fonte di depravazione per la società e soprattutto per i membri del clero e per coloro che ricoprivano importanti ruoli. In un suo testo, San Bernardo elogiava i cavalieri templari proprio perché disprezzavano i dadi (ma anche gli scacchi, la caccia, i giocolieri, i maghi e le canzoni buffe...).

Come si può notare dal comportamento dei Templari, nell'Europa occidentale medievale esisteva una forte contrapposizione: da una parte c'era il mondo della Chiesa, stabile, controllato e il più possibile privo di immoralità, mentre dall'altra parte c'era il mondo dei vagabondi e dei girovaghi, che era anche il mondo del peccato e del possibile ribaltamento dell'ordine. Il gioco, con i suoi improvvisi rivolgimenti di fortuna e le beffe del caso, rientrava decisamente in questa seconda categoria.

Secondo la Chiesa medievale, al mondo morale e giusto si contrapponeva il mondo peccaminoso e instabile dei giullari e dei vagabondi

Secondo la Chiesa medievale, al mondo morale e giusto si contrapponeva il mondo peccaminoso e instabile dei giullari e dei vagabondi

Una parte della nobiltà cominciò però a farsi interprete di una visione della vita meno rigida e più “laica” e dedita ai piaceri terreni. In questa nuova visione, rientra anche una grande sensibilità verso il gioco, che veniva visto come un divertimento utile a stare insieme. In questo senso la il Libro de los juegos, scritto nel XIII secolo dal “Re Saggio” Alfonso X di Castiglia.

Nelle opere letterarie, i dadi fanno spesso la loro comparsa come simbolo del caso, dell'improvviso cambiamento del destino o della fortuna. Spesso sono inoltre contrapposti agli scacchi, che sono invece un gioco in cui contano il sapere e le capacità. Ma i dadi rimanevano comunque un'occupazione praticata in luoghi poco virtuosi, cosa che per alcuni era una qualità molto attraente. Ad esempio, in un famoso sonetto il poeta Cecco Angiolieri dichiarava:

Tre cose solamente mi so’ in grado

le quali posso non ben ben fornire:

ciò è la donna, la taverna e ‘l dado;

queste mi fanno ‘l cuor lieto sentire.

E i dadi sono citati anche nei Carmina Burana, in cui i clerici vagantes cantavano la loro vita di vagabondaggi e bevute, in cui il gioco serviva a pagare i conti. Ecco cosa dicevano nel famoso

Canto dei bevitori:

Quando siamo alla taverna,

non ci curiamo più del mondo;

ma al giuoco ci affrettiamo,

al quale ognora ci accaniamo.

 

Che si faccia all’osteria,

dove il soldo fa da coppiere,

questa è cosa da chiedere:

si dia ascolto a ciò che dico.

 

C’è chi gioca, c’è chi beve,

c’è chi vive senza decenza.

Tra coloro che attendono al giuoco,

c’è chi viene denudato,

 

chi al contrario si riveste,

chi di sacchi si ricopre.

Qui nessuno teme la morte,

ma per Bacco gettano la sorte.

 

E nel XIV secolo, parlando degli abitanti dell'Inghilterra dell'epoca, Chaucer scriveva nei suoi Racconti di Carterbury: “Danzano e giocano a dadi sia di giorno che di notte".

Insomma, in epoca medievale i dadi erano un gioco popolarissimo e proprio per questo molto osteggiato dalle autorità, soprattutto religiose. Al contrario, però, era molto apprezzato dalla nobiltà più mondana e anche da tutto quel folto popolo che viveva di espedienti e che vagabondava, affidandosi alla fortuna.

In epoca moderna

In epoca moderna il gioco dei dadi va incontro a un grande cambiamento: parliamo niente meno che della conquista di un nuovo continente, il Nuovo Mondo. I dadi raggiunsero il continente americano sulle navi francesi, approdando a New Orleans, e lì si diffusero in particolare nelle fasce più popolari e tra gli schiavi. I francesi chiamavano il gioco dei dadi crapaud, che fu abbreviato in craps, il nome che il gioco dei dadi ha ancora oggi in particolare negli Stati Uniti. Qui è il gioco d'azzardo più popolare, diffusissimo sia nei grandi casinò di Las Vegas che nelle bische di strada.

Simó Gómez, I giocatori di dadi, 1874

Simó Gómez, I giocatori di dadi, 1874

Ma l'epoca moderna è anche quella dello sviluppo delle varie scienze, tra cui la matematica. Gerolamo Cardano e Galileo si cimentarono entrambi con l'analisi matematica del gioco dei dadi e con lo sviluppo di probabilità e statistica. Prima di allora, nessuno aveva pensato di studiare razionalmente il comportamento dei dadi, che si pensava governati da Dio o da forze soprannaturali. Con la nuova mentalità scientifica, invece, divennero lo spunto per una nuova fondamentale branca di studi matematici.

Oggi

Oggi i dadi sono ancora una delle forme di gioco d'azzardo più amate e più comuni. Si tratta di un tipo di gioco immediato, che può essere fatto ovunque e che non richiede capacità o l'apprendimento di regole complesse. Per questo, si trova in tutti i casinò, nelle già citate bische di strada, e anche, in forma virtuale, nei siti di gioco online.

SULL'AUTORE

Laureato in giornalismo, scrive su numerose testate e ora anche su VegasMaster, per cui si occupa di metodi di pagamento, depositi e prelievi. È l'unico non agitato della redazione, ciò che gli vale la stima e la riconoscenza di tutti gli altri. Nessuno gli dica che un argomento non è interessante o che un'informazione è introvabile, non ci crederà mai...

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